La Legge Prodi-Levi
La legge Prodi-Levi che rischia di uccidere internet (e non solo!) in Italia
La legge Prodi-Levi sull'editoria è stata scritta il 3 agosto 2007, presentata al Consiglio dei Ministri il 12 ottobre, approvata dal governo, adesso è nelle mani del parlamento e se passa rischia di sconvolgere il mondo dell'informazione indipendente nel nostro paese. La repubblica ha riportato ieri la notizia, il blog di Grillo risponde a ruota un po' preoccupato dei rischi che corre se la legge passa e in rete la notizia si sta diffondendo rapidamente.
La prima riflessione (prima ancora di aver letto il testo) è: ma con tutte le leggi da scrivere e le cose da fare nel nostro paese in questo momento difficile è proprio la cosa giusta da fare? Non dimentichiamo che scrivere una legge richiede risorse e tempo e sottrae persone ad altri compiti. Ancora da sistemare il conflitto di interessi (tanto per dirne una che abbiamo sentito fino alla nausea) e noi facciamo una legge che blocca la libertà di informazione dal basso e la libertà di espressione del singolo... Mah...
web2.0: un po’ di teoria
Pubblicato su: Shannon.it (9 settembre 2007)
Con la crescita continua della rete, il problema dell’organizzazione dei contenuti emerge sempre più; lo sviluppo di interfacce utenti sempre più intuitive e la nascita di nuovi linguaggi di programmazione veloci e poliedrici contribuiscono ad aumentare il volume di dati presenti e ad aprire molti canali tematici di scambio di informazioni.
Il web è ancora in buona parte una fabbrica di entertainment, ma la possibilità di integrare servizi interattivi gratuiti e di usare il web come piattaforma sta progressivamente (e alla consueta alta velocità) spostando nel web una serie di attività che fino a pochi anni fa erano rigorosamente off-line.
vWeb2.0: guida ai servizi
Il percorso che segnalo di seguito per sfruttare al meglio i servizi sviluppati secondo i principi del Web 2.0 è arbitrario e non vuole essere una guida dei siti di qualità.
Prima di tutto, per chi ancora non l’avesse fatto, è bene scaricare e usare Firefox. Per quanto mi riguarda navigare con Internet Explorer è più faticoso e Firefox consente l’installazione di molti plugin che semplificano e velocizzano di molto il lavoro.
Una volta connessi, una buona tazza di caffè (o una cioccolata calda) e si comincia aprendo un account su Clipperz, gestore di password, su cui memorizzare tutti gli account: Clipperz memorizza nome utente e password e fornisce una lista di link diretti ai servizi che si utilizzano.
Altro basilare passo è un account su Zoho.
Zoho (che pare sia in trattativa per passare sotto Google) è una suite office online completa e ricca di opzioni. Alcuni sono dei doppioni dei servizi già presenti in google, ma la maggior parte sono software innovativi e ben pensati, di facile utilizzo e grandi potenzialità. In particolare suggerisco una particolare attenzione a:
Zoho Creator: sistema di database online che consente di creare maschere di inserimento dati e relativi elenchi. Veloce e leggero ha ottime possibilità di condivisione e interazione e può essere facilmente importato in pagine html. Se fino a poco tempo fa fare un form di raccolta dati online era una cosa complessa da fare in codice, adesso è un’operazione che richiede poche decine di minuti da parte di tutti.
Zoho Planner: un avanzato modulo di pianificazione attività, immediato e semplicissimo da usare; è un buon supporto per la gestione e l’organizzazione di classi, gruppi di lavoro, eventi etc…
Zoho Project: un’interfaccia di Project Management; se si sta lavorando a un progetto con attività e scadenza vincolate questo software (gratuito per il primo progetto con 100 mega di spazio disponibile, a partire da 5 dollari per piu progetti e piu spazio) aiuta nella pianificazione delle cose da fare con un sistema di calendari, forum e attività generando in automatico i diagrammi di Gant relativi.
Zoho CRM: per la piccola e media impresa un CRM articolato e completo (gratuito per i primi tre utenti, dal quarto utente a pagamento).
A questi servizi sono anche da tenere presenti i servizi di chat, meeting, mail, slideshow e wiki e gli altri servizi office che il pacchetto comprendere e che possono essere utili a seconda delle singole esigenze.
Streaming video o audio? Un account su YouTube e Odeo e posso importare video e file audio direttamente sul mio sito, blog o pagina personale, in servizi di community e condivisione dati come MySpace o FaceBook.
Non ne avete abbastanza? Date un’occhiata a Web 2.0 List.
Una volta delineata la propria strategia di comunicazione (intesa anche come servizi offerti all’utente/cliente) bisogna integrare il tutto in una piattaforma comoda che faccia da collante per le singole attività delegate al web e per raccogliere l’utenza attorno a un unico indirizzo.
Fatto questo le opzioni sono molteplici come diversi i tempi e i costi di realizzazione a seconda delle capacità tecniche e del risultato che si vuole ottenere.
La cosa più semplice e a costo zero è quella di creare un blog o registrarsi a un servizio come Googlepages (che a differenza dei blog consente di creare piu’ pagine distinte dalle impostazioni grafiche e layout modificabili).
Logo, claim, contenuti e links, vanno inseriti a seconda del proprio gusto e dell’effetto che si vuole ottenere. Poi editando l’html delle pagine si possono inserire i form fatti con Zoho per raccogliere informazioni, gli RSS delle notizie aggregate con Google Reader, e così via: immagini, streaming video e audio, documenti, forums, etc…
Alternativa al blog è un semplice html, per ottenere un ottimo risultato appoggiandosi ai servizi sopra citati è sufficiente conoscere giusto le basi fondamentali di un programma di editing (io uso dreamweaver) e come creare e gestire delle tabelle o poco di piu’.
Per avere un modulo di registrazioni, servizi dedicati agli utenti, profili personali o affini si può ricorrere ad un CMS, io uso Joomla: è gratuito, opensource e sostenuto da una comunità di utenti e sviluppatori solida e ramificata. Joomla può essere implementato con molti software di terze parti che ne fanno già di per sè un ottimo sistema di gestione e comunicazione, ma integrare questi con i servizi di cui stiamo trattando è la marcia in più per estendere i propri contatti e allargare lo spazio di azione.
A livello internazione questo trend di sviluppo sta cominciando a emergere, rivelando che le dinamiche tecniche sono più rapide di quanto sia possibili seguire per la maggior parte di chi comunica attraverso la rete. Il mercato al di fuori dei grandi colossi ha sviluppato una miriade di nicchie specializzate che competono a pari livello.
È ragionevole quindi pensare che conseguentemente avverrà una progressiva auto-formazione da parte degli utenti che selezioneranno i servizi a loro più congeniali per muoversi nello spazio in continua crescita del web.
Con i nuovi strumenti a disposizione si apre quindi la possibilità a chi ha fatto comunicazione fino ad oggi di sfruttare le nuove correnti tecnologiche per fare del web la piattaforma diretta di comunicazione: gli esempi già cominciano a esserci e si può facilmente immaginare che il loro numero verrà progressivamente incrementato, portando a una inversione dei ruoli: non più il web come conseguenza delle strategie di comunicazione, ma come causa di esse.
Web2.0
Estratto dal saggio Web2.0 pubblicato online
Premessa
Dal 2004 al 2006 abbiamo assistito al proliferare di una serie di nuovi prodotti software, on line, con potenzialità notevoli e che hanno saputo accogliere e gestire volumi di informazioni di cui molti probabilmente non avrebbero immaginato neanche l’esistenza.
Chi avrebbe mai detto di un esplosione numerica così violenta dei blog e di servizi on line, a tal punto da modificare il senso tradizionale di navigazione (la ricerca di contenuti) in un miscuglio tra produzione/scambio/ricerca tra gli utenti?
Il fenomeno è oggi alla portata di tutti coloro che sono connessi e lo sviluppo tecnologico sta facendo sì che sempre più persone abbiano la possibilità di accedere alle risorse di internet.
Stage e altre pratiche masochistiche…
Giovani in Italia tra formazione e lavoro
( I cinque assiomi dell’apprendistato )
Con la crisi economica che sta ormai travolgendo ogni cosa anche la ricerca di lavoro diventa sempre piu’ complessa. Uno finisce l’universita’ (considerabile ormai una formazione superiore di medio livello) e poi…?
E poi comincia lo stage.
In Italia o all’estero se si rimane nella realta’ italiana le cose non funziona in modo olto differente: possono essere 3 o 6 mesi, ma non bisogna mai fare i conti senza l’oste. Mentre i ragazzi hanno passato una selezione, attraverso colloqui e incontri, e una burocrazia che definire semplicemente italiana sarebbe come dipingerla d’oro, alle societa’ che richiedono stagisti non viene fatto nessun test accurato.
E questo ci porta al primo assioma:
LAVORO – STIPENDIO = STAGE
E via cosi’.
Grate Wall
10 km walking on the grate wall... 33 towers passed by... 40 degree under the sun!!!
I am so glad we survived
La Grande Muraglia
“È veramente una grande muraglia”.
Nickson in visita alla Muraglia nel 1972
ANNO 557 D.C.
Nell’accampamento barbaro, nel cuore del nulla, in una valle in mezzo a montagne verdeggianti di una bassa vegetazione, c’e’ grande movimento.
L’alba sta per arrivare e i soldati di basso rango corrono smontando le tende e, impacchettando tutto quello che trovano di utile, si preparano per la marcia al suono dello sbraitare dei superiori. In un balletto disordinato e contorto, in cui volano stracci, tendoni, insulti, pellicce sacchi di viveri e pentolame.
In breve i fuochi vengono spenti e le truppe schierate. Il condottiero si gira verso i suoi 743 uomini e li fissa gonfiandosi il petto imponente; erano partiti in 775, ma i più anziani erano stati abbandonati in fin di vita lungo il tragitto per non subire rallentamenti.
Davanti a lui una distesa di uomini armati in modo approssimativo con alle spalle uno spiazzo erboso marrone calpestato a morte e coperto di immondizia.
Gli uomini stanchi e consumati dalle lunghe camminate lo fissano in attesa di un segnale. Si gira di nuovo, verso est. Davanti a lui un passo stretto passo tra due colline a picco appena visibili nel pallore mattutino.
Un cenno e in marcia.
C'era una volta il Postmoderno
Che privilegio straordinario sarà per noi e per i nostri figli, assistere a quella che credo sarà la più grande rivoluzione della storia umana: capire noi stessi. L’idea di riuscire in una simile impresa è insieme elettrizzante e inquietante.
V.S. RAMACHANDRAN
Argomenti:
- Il pensiero della crisi e i paradigmi del postmoderno
- Storia e crisi della modernità
- I paradigmi fondanti del postmoderno
- Antropologia del modello sistemico
- Linguaggio e gestione della complessità
- La struttura del pensiero scientifico
- L’errore di Cartesio
Il pensiero della crisi e i paradigmi del postmoderno
In termini di storia della cultura la modernità può essere definita come quel punto di fuga del pensiero occidentale che, a partire dal XVI secolo, segna l'avvio di un processo di disincanto del mondo, di distanziamento della società dalla natura e dell'uomo dal cosmo. Tale processo, che sarebbe riduttivo definire di laicizzazione, è stato in realtà un processo di costruzione di un sofisticato modello di cultura che si traduce in tre fondamentali assunti.
In primo luogo la modernità si caratterizza per affermare la centralità dell'uomo rispetto al mondo e il suo divenire misura di tutte le cose; ciò comporta una continua osservazione da parte dell'uomo della sua stessa natura e la conseguente obbligazione di conoscere il mondo per conseguire la posizione di dominio che gli compete. La psicologia, in quanto conoscenza del sé, è davvero il prodotto più maturo della modernità.
Il secondo assunto è costituito dal privilegio accordato alla razionalità nel processo della conoscenza e, di conseguenza, dalla pratica di una fiducia profonda nel sapere come strumento di appropriazione (ma anche di invenzione) della realtà.
Infine il marchio più visibile della modernità è la fede nella possibilità di realizzare, per effetto della centralità dell'uomo e del privilegio del sapere, un ordine definitivo del mondo attraverso l'indefinito sviluppo della convivenza umana, il suo incessante progredire nel processo di emancipazione della persona, di dominio e trasformazione (si potrebbe anche dire creazione) del mondo.
Memorie in volo
Lo osservavo di fianco a me alternando lo sguardo tra lui e il finestrino.
“Ma si può sapere perché quelli con la logorrea me li debba beccare io? Ma hai almeno idea di quanto me ne può fregare?? Ma ti rendi conto di quante parole stai infilando una dietro l’altra??? ” a dire il vero stavo guardando più che altro fuori da quel misero oblò mentre la sua voce incessante continuava a parlare.
Cominciavo a sperare che l’aereo sul quale stavamo viaggiando precipitasse di colpo, ma perché? Alla fine non è poi così male farsi cullare dalle deliranti parole di uno sconosciuto. La verità è che mi sentivo vuoto, profondamente vuoto. Più mi allontanavo da casa e più mi rendevo conto che non ero realmente partito: stavo solo scappando. Per certi versi l’idea mi rilassa, mi si scrostano di dosso tutte le ansie e le tensioni degli ultimi mesi, ma d’altra parte l’idea di fuggire mi incatena ancora a casa. Già... Probabilmente li dovevo affrontare tutti, il coraggio non l’ho avuto e non lo avrò mai, ma ora, a centinaia di chilometri di distanza sento che non me ne sono liberato affatto. Come ho fatto per tutta la vita sto scappando per non affrontare il problema.
Evidentemente sono fatto così, sono un perdente, uno che fugge.
Guardo il mio vicino e per un momento mi perdo osservando le sue mani nervose che abbracciano la pipa. “Sta morendo dalla voglia di fumare” è stata la prima cosa che ho pensato. Glielo si leggeva negli occhi, ma c’era dell’altro. Nella sua voce c’era uno spiffero gelido che si percepiva nonostante tentasse di nasconderlo col timbro calmo e la parlata sciolta.
È buffo, se fosse più magro potrebbe ricordare Scherlok Holmes: un abito inglese tra il verde e il marrone, il cappello dello stesso colore appoggiato sul ginocchio, la ventiquattr’ore davanti ai piedi, e i baffetti. E continua a parlare…
Non so, forse era un po’ ubriaco, ma io sicuramente ero messo peggio, visto che quando pronunciò la parola “…morta…” mi resi conto che ormai da mezz’ora non lo stavo ascoltando più.
Mi aveva parlato della sua infanzia, dei suoi genitori, poi si era perso nel racconto del locale che frequentava quando aveva la mia età. Non si era fermato un attimo, incurante di quello che avrei potuto pensare, che strano tipo...
Sull’aereo delle 23:40 da Milano a Reykjavik ci sono due estranei seduti vicini. Uno parla di storie lontane l’altro lo ascolta cercando di ingannare le sue paure. Fuori dal finestrino il mare riflette i raggi del sole quasi al tramonto. Massimo ad alti e bassi sta ascoltando la storia del suo improvvisato compagno di viaggio. È una storia strana, fatta di personaggi grotteschi, ma a tratti è perfino credibile.
“Marta era disperata quella sera per la sua tartarughina (si sa, le bambine vedono quello che vogliono nel viso delle bambole), stavamo cercando di consolarla in tutti i modi. Nemmeno sua madre riusciva a calmarla con le sue canzoni. Già, Mikey aveva una bambina, oddio… a dire il vero non era proprio sua, ma era come se lo fosse; l’avevano abbandonata una sera di qualche anno prima nel locale, così come si dimentica un cappotto, e nessuno era più passato a riprendersela.
E da quel giorno Mikey era diventata sua madre. E lo era davvero! A tutti gli effetti perbacco…”
“Oh, fantastico, quel “perbacco” enfatizzante era proprio quello che ci voleva per catturare la mia attenzione… Mah…”
“…e ci sapeva fare sai? Ma quella sera non ci fu verso. Pianse fino a crollare addormentata. E tutto per una bambola, e… Aspetta. – disse spostandosi e raccogliendo un sacco da scarpe giallo da sotto il sedile - Guarda qui…”
Continuava a non potermene fregare di meno ma ormai ero talmente stupefatto dalle energie di quell’uomo che lo osservavo incuriosito.
Dalla busta sfilò la bambola, dandomela in mano. Faceva quasi paura l’dea di toccarla, sembrava vecchia e fragile, al punto dal frantumarsi tra le dita appena la sfioravi. Il mio compagno di viaggio era silenzioso ora; mi aveva lasciato a contemplare la magia della sua reliquia e osservava fuori dal finestrino. Mentre le mie dita scorrono tremanti sulla sottile stoffa del merletto vedo le sue palpebre socchiudersi lentamente.
“Finalmente si è addormentato” penso tirando un sospiro di sollievo.
Tutto sommato a Massimo non era andata poi così male.
Quello strano personaggio lo aveva distratto da se stesso per una buona metà del viaggio; ora aveva quella strana bambola tra le mani, con la gonna di velluto e il colletto ricamato, ma per quanto tentasse ancora di ingannare i suoi pensieri sentiva che la resa dei conti era vicina. Era riuscito a tenersi impegnato continuamente ma l’aveva sempre saputo; sentiva il volume del suo piccolo taccuino fare pressione nella tasca. Sapeva che nelle ultime pagine c’erano le ultime riflessioni che aveva fatto prima di abbandonare per sempre casa.
Nello stato di confusione in cui si trovava non riusciva a far altro che fissare il chiaro volto di porcellana aspettando che la bambola rispondesse ai suoi interrogativi.
Ma in realtà non c’erano domande, e quindi nessuna risposta. Solo i quattro angoli del taccuino che gli pungevano la gamba sembrava avessero voce in quel momento.
Se l’avesse riletto non sarebbe cambiato nulla, lo sapeva; si sarebbe solo sentito più frustrato e colpevole, ma che altro fare? Non poteva ingannarsi per sempre e, senza neanche pensarci, lo sfilò dalla tasca.
Massimo rimase per più di venti minuti a osservare il libretto verde nel palmo della sua mano, poi, come se le sue mani facessero da sole, lo aprì e cominciò a leggere.
12/ 13
Piove. Tanto per cambiare, e tanto per cambiare sono ancora qui, chiuso nella mia stanza. Si sentono pochi rumori. Le macchine, sì, solo le macchine nient’altro; anzi no, ecco… sì! Eccolo lì, è appena percettibile… un sottile sfrigolio… La presa! Già… ci deve essere sicuramente un filo che fa contatto. Dunque è proprio così, come sempre: io, le quattro pareti della mia stanza, io, il rumore strisciante delle macchine nella notte, io, la piccola luce, e adesso ci sono anche io e il maledetto sfrigolio della presa accanto al letto…
Ma no, calma. D’altronde questa non è una serata isterica, è malinconica. C’è un peso di passato nell’aria che mi avvolge , uno strano aroma di ruggine e tabacco; la pioggia fuori, e tra gli alberi, le luci giallognole della città. Tutto sommato mi fanno sentire consolato e protetto.
È una dolce tristezza la voce della pioggia di primavera, c’è il pianto commosso di un bambino che si emoziona troppo; ma è pur sempre pioggia, che diventa sporca fanghiglia e macchia le scarpe dei passanti.
C’è come un lato macabro in tutto questo. L’acqua sgorga dalle vette delle montagne e scende a valle portando la vita, rendendo fertili le valli dove i pascoli si nutrono, la vita di quella stessa acqua scorre dentro di loro, così come dentro di noi, poi l’acqua scorre ancora e scende a valle, evapora e si scarica sotto pioggia per portare ancora vita per il resto del pianeta. È quella stessa acqua che passa attraverso lo strato di smog della città, quella stessa acqua cade a terra e si mescola nell’asfalto e nel terriccio. L’acqua diventa fango, e il fango ci sporca le scarpe. Malediciamo a gran voce di aver infilato il piede per errore nella pozzanghera; quando quell’acqua è la stessa che scorre dentro di noi.
L’acqua è vita, è un gioco di spruzzi e di allegria. Ma nessuno saltella per le strade, corro tutti, si riparano sotto le tende dei negozi o nei bar, incazzati neri per il tempo perso e gli impegni imminenti.
Che vuoi farci, Milano è così e non la puoi cambiare. E forse anche io sono così, come la grande città o forse… Chissà, forse sono solo prigioniero… prigioniero di me stesso, dei miei pensieri…
È dura accettarlo, davvero! Ma ci sono gabbie da cui non si può scappare. Forse si potrebbe definire una fuga, un ritira, o perfino peggio: una resa.
Insomma basta!
Tutto sommato non c’è nulla di male nel farsi coccolare dai propri mali, quelle piccole colpe che mi fanno sentire umano, accolto e chiuso dentro me stesso; in mezzo a tutti ma da solo. Come tutti.
Si può davvero definire questa una resa?
È un semplice farsi cullare dal dolce canto della pioggia e dalla luce della candela che trema pallida dietro la mia testa e alla fine, anche quel terrificante scintillio elettrico con un po’ di fatica si riesce a sopportare.
Allora perchè sto scappando?
Perchè continuo a fissare la borsa da giorni indeciso sul da farsi? Eppure lo so che ho solo paura, lo so che sto solo aspettando. Non posso fare altro. È inevitabile. Non c’è più posto ora, non dopo che ho fallito!!!
Massimo continuava a fissare i tre punti esclamativi sull’ultima pagina scritta del suo taccuino. Poi c’erano solo fogli bianchi. Non aveva lo aveva più preso in mano da quando era scappato di casa. Non aveva più pensato a nulla. Solo alla fuga. Voleva andare via, lontano; dimenticarsi di tutto, essere dimenticato.
Non aveva alternative: diventare come gli altri desideravano e si aspettavano da lui, oppure lottare contro tutti e rimanere solo. Qualunque scelta lo avrebbe portato a soffrire e quell’impotenza si consumava ormai da giorni passati a fissare la valigia già pronta nell’angolo della stanza.
Li aveva sentiti fino alla nausea i suoi: “ Sai perchè ti abbiamo dato un grande nome? Perchè farai grandi cose quando sarai cresciuto. Devi impegnarti. Devi dare il massimo, sempre, in qualunque situazione. Devi decidere cosa fare della tua vita. Devi diventare adulto. Devi prenderti le tue responsabilità. Devi sopportare. Devi essere forte... Devi...”.
Sì, se le ricordava proprio bene le loro parole; una per una, come sottili lamette che gli penetravano nello stomaco un poco alla volta.
Come poteva prendere tutte quelle decisioni. Come poteva occuparsi di sè se non si amava e non si capiva. Come poteva trovare qualcuno con cui confidarsi se nessuno poteva comprendere e provare il suo stesso dolore; nemmeno lui ci riusciva.
Forse era proprio da quello che stava scappando, da se stesso.
Non c’era voluto molto. Un pc, internet e il biglietto last minute più economico per la destinazione più lontana. Così era finito su quell’aereo verso l’Islanda. Ma di quel pesante fardello di carne che si portava appresso non riusciva a liberarsi.
Se fosse riuscito a scappare anche dal suo corpo, dai suoi pensieri, dalle sue sofferenze, cosa sarebbe restato di lui?
Full Moon
ARIA - Parte I - Capitolo 1
Full Moon
“Siamo qui per raccontare una storia, qui sopra come sempre. A raccontare una storia fatta di magia, di sensazioni che si respirano nel cuore. La storia di un contatto. Noi qui sul palco, voi lì seduti ai tavolini o in piedi. Manca solo la musica e poi la storia può cominciare. La storia di sempre, la solita storia, nella speranza che la possiate ricordare, come una delle tante storie felici che vi siete raccontati nella vostra vita.”
Mikey cominciava sempre così i suoi concerti. Era una specie di rito, era il suo messaggio. A molti poteva sembrare patetico, ma per chi ascoltava suonare, il messaggio era chiaro, diretto; le persone intorno al palco si abbandonavano completamente a quei vecchi blues improvvisati, alla vivacità delle note e dei ritmi. Romanticismo, violenza, rabbia, allegria, odio, felicità, amore…
