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1Jul/040

Memorie in volo

Lo osservavo di fianco a me alternando lo sguardo tra lui e il finestrino.

Ma si può sapere perché quelli con la logorrea me li debba beccare io? Ma hai almeno idea di quanto me ne può fregare?? Ma ti rendi conto di quante parole stai infilando una dietro l’altra??? ” a dire il vero stavo guardando più che altro fuori da quel misero oblò mentre la sua voce incessante continuava a parlare.

Cominciavo a sperare che l’aereo sul quale stavamo viaggiando precipitasse di colpo, ma perché? Alla fine non è poi così male farsi cullare dalle deliranti parole di uno sconosciuto. La verità è che mi sentivo vuoto, profondamente vuoto. Più mi allontanavo da casa e più mi rendevo conto che non ero realmente partito: stavo solo scappando. Per certi versi l’idea mi rilassa, mi si scrostano di dosso tutte le ansie e le tensioni degli ultimi mesi, ma d’altra parte l’idea di fuggire mi incatena ancora a casa. Già... Probabilmente li dovevo affrontare tutti, il coraggio non l’ho avuto e non lo avrò mai, ma ora, a centinaia di chilometri di distanza sento che non me ne sono liberato affatto. Come ho fatto per tutta la vita sto scappando per non affrontare il problema.

Evidentemente sono fatto così, sono un perdente, uno che fugge.

Guardo il mio vicino e per un momento mi perdo osservando le sue mani nervose che abbracciano la pipa. “Sta morendo dalla voglia di fumare” è stata la prima cosa che ho pensato. Glielo si leggeva negli occhi, ma c’era dell’altro. Nella sua voce c’era uno spiffero gelido che si percepiva nonostante tentasse di nasconderlo col timbro calmo e la parlata sciolta.

È buffo, se fosse più magro potrebbe ricordare Scherlok Holmes: un abito inglese tra il verde e il marrone, il cappello dello stesso colore appoggiato sul ginocchio, la ventiquattr’ore davanti ai piedi, e i baffetti. E continua a parlare…

Non so, forse era un po’ ubriaco, ma io sicuramente ero messo peggio, visto che quando pronunciò la parola “…morta…” mi resi conto che ormai da mezz’ora non lo stavo ascoltando più.

Mi aveva parlato della sua infanzia, dei suoi genitori, poi si era perso nel racconto del locale che frequentava quando aveva la mia età. Non si era fermato un attimo, incurante di quello che avrei potuto pensare, che strano tipo...

Sull’aereo delle 23:40 da Milano a Reykjavik ci sono due estranei seduti vicini. Uno parla di storie lontane l’altro lo ascolta cercando di ingannare le sue paure. Fuori dal finestrino il mare riflette i raggi del sole quasi al tramonto. Massimo ad alti e bassi sta ascoltando la storia del suo improvvisato compagno di viaggio. È una storia strana, fatta di personaggi grotteschi, ma a tratti è perfino credibile.

Marta era disperata quella sera per la sua tartarughina (si sa, le bambine vedono quello che vogliono nel viso delle bambole), stavamo cercando di consolarla in tutti i modi. Nemmeno sua madre riusciva a calmarla con le sue canzoni. Già, Mikey aveva una bambina, oddio… a dire il vero non era proprio sua, ma era come se lo fosse; l’avevano abbandonata una sera di qualche anno prima nel locale, così come si dimentica un cappotto, e nessuno era più passato a riprendersela.

E da quel giorno Mikey era diventata sua madre. E lo era davvero! A tutti gli effetti perbacco…”

Oh, fantastico, quel “perbacco” enfatizzante era proprio quello che ci voleva per catturare la mia attenzione… Mah…”

“…e ci sapeva fare sai? Ma quella sera non ci fu verso. Pianse fino a crollare addormentata. E tutto per una bambola, e… Aspetta. – disse spostandosi e raccogliendo un sacco da scarpe giallo da sotto il sedile - Guarda qui…”

Continuava a non potermene fregare di meno ma ormai ero talmente stupefatto dalle energie di quell’uomo che lo osservavo incuriosito.

Dalla busta sfilò la bambola, dandomela in mano. Faceva quasi paura l’dea di toccarla, sembrava vecchia e fragile, al punto dal frantumarsi tra le dita appena la sfioravi. Il mio compagno di viaggio era silenzioso ora; mi aveva lasciato a contemplare la magia della sua reliquia e osservava fuori dal finestrino. Mentre le mie dita scorrono tremanti sulla sottile stoffa del merletto vedo le sue palpebre socchiudersi lentamente.

Finalmente si è addormentato” penso tirando un sospiro di sollievo.

Tutto sommato a Massimo non era andata poi così male.

Quello strano personaggio lo aveva distratto da se stesso per una buona metà del viaggio; ora aveva quella strana bambola tra le mani, con la gonna di velluto e il colletto ricamato, ma per quanto tentasse ancora di ingannare i suoi pensieri sentiva che la resa dei conti era vicina. Era riuscito a tenersi impegnato continuamente ma l’aveva sempre saputo; sentiva il volume del suo piccolo taccuino fare pressione nella tasca. Sapeva che nelle ultime pagine c’erano le ultime riflessioni che aveva fatto prima di abbandonare per sempre casa.

Nello stato di confusione in cui si trovava non riusciva a far altro che fissare il chiaro volto di porcellana aspettando che la bambola rispondesse ai suoi interrogativi.

Ma in realtà non c’erano domande, e quindi nessuna risposta. Solo i quattro angoli del taccuino che gli pungevano la gamba sembrava avessero voce in quel momento.

Se l’avesse riletto non sarebbe cambiato nulla, lo sapeva; si sarebbe solo sentito più frustrato e colpevole, ma che altro fare? Non poteva ingannarsi per sempre e, senza neanche pensarci, lo sfilò dalla tasca.

Massimo rimase per più di venti minuti a osservare il libretto verde nel palmo della sua mano, poi, come se le sue mani facessero da sole, lo aprì e cominciò a leggere.

12/ 13

Piove. Tanto per cambiare, e tanto per cambiare sono ancora qui, chiuso nella mia stanza. Si sentono pochi rumori. Le macchine, sì, solo le macchine nient’altro; anzi no, ecco… sì! Eccolo lì, è appena percettibile… un sottile sfrigolio… La presa! Già… ci deve essere sicuramente un filo che fa contatto. Dunque è proprio così, come sempre: io, le quattro pareti della mia stanza, io, il rumore strisciante delle macchine nella notte, io, la piccola luce, e adesso ci sono anche io e il maledetto sfrigolio della presa accanto al letto…

Ma no, calma. D’altronde questa non è una serata isterica, è malinconica. C’è un peso di passato nell’aria che mi avvolge , uno strano aroma di ruggine e tabacco; la pioggia fuori, e tra gli alberi, le luci giallognole della città. Tutto sommato mi fanno sentire consolato e protetto.

È una dolce tristezza la voce della pioggia di primavera, c’è il pianto commosso di un bambino che si emoziona troppo; ma è pur sempre pioggia, che diventa sporca fanghiglia e macchia le scarpe dei passanti.

C’è come un lato macabro in tutto questo. L’acqua sgorga dalle vette delle montagne e scende a valle portando la vita, rendendo fertili le valli dove i pascoli si nutrono, la vita di quella stessa acqua scorre dentro di loro, così come dentro di noi, poi l’acqua scorre ancora e scende a valle, evapora e si scarica sotto pioggia per portare ancora vita per il resto del pianeta. È quella stessa acqua che passa attraverso lo strato di smog della città, quella stessa acqua cade a terra e si mescola nell’asfalto e nel terriccio. L’acqua diventa fango, e il fango ci sporca le scarpe. Malediciamo a gran voce di aver infilato il piede per errore nella pozzanghera; quando quell’acqua è la stessa che scorre dentro di noi.

L’acqua è vita, è un gioco di spruzzi e di allegria. Ma nessuno saltella per le strade, corro tutti, si riparano sotto le tende dei negozi o nei bar, incazzati neri per il tempo perso e gli impegni imminenti.

Che vuoi farci, Milano è così e non la puoi cambiare. E forse anche io sono così, come la grande città o forse… Chissà, forse sono solo prigioniero… prigioniero di me stesso, dei miei pensieri…

È dura accettarlo, davvero! Ma ci sono gabbie da cui non si può scappare. Forse si potrebbe definire una fuga, un ritira, o perfino peggio: una resa.

Insomma basta!

Tutto sommato non c’è nulla di male nel farsi coccolare dai propri mali, quelle piccole colpe che mi fanno sentire umano, accolto e chiuso dentro me stesso; in mezzo a tutti ma da solo. Come tutti.

Si può davvero definire questa una resa?

È un semplice farsi cullare dal dolce canto della pioggia e dalla luce della candela che trema pallida dietro la mia testa e alla fine, anche quel terrificante scintillio elettrico con un po’ di fatica si riesce a sopportare.

Allora perchè sto scappando?

Perchè continuo a fissare la borsa da giorni indeciso sul da farsi? Eppure lo so che ho solo paura, lo so che sto solo aspettando. Non posso fare altro. È inevitabile. Non c’è più posto ora, non dopo che ho fallito!!!

Massimo continuava a fissare i tre punti esclamativi sull’ultima pagina scritta del suo taccuino. Poi c’erano solo fogli bianchi. Non aveva lo aveva più preso in mano da quando era scappato di casa. Non aveva più pensato a nulla. Solo alla fuga. Voleva andare via, lontano; dimenticarsi di tutto, essere dimenticato.

Non aveva alternative: diventare come gli altri desideravano e si aspettavano da lui, oppure lottare contro tutti e rimanere solo. Qualunque scelta lo avrebbe portato a soffrire e quell’impotenza si consumava ormai da giorni passati a fissare la valigia già pronta nell’angolo della stanza.

Li aveva sentiti fino alla nausea i suoi: “ Sai perchè ti abbiamo dato un grande nome? Perchè farai grandi cose quando sarai cresciuto. Devi impegnarti. Devi dare il massimo, sempre, in qualunque situazione. Devi decidere cosa fare della tua vita. Devi diventare adulto. Devi prenderti le tue responsabilità. Devi sopportare. Devi essere forte... Devi...”.

Sì, se le ricordava proprio bene le loro parole; una per una, come sottili lamette che gli penetravano nello stomaco un poco alla volta.

Come poteva prendere tutte quelle decisioni. Come poteva occuparsi di sè se non si amava e non si capiva. Come poteva trovare qualcuno con cui confidarsi se nessuno poteva comprendere e provare il suo stesso dolore; nemmeno lui ci riusciva.

Forse era proprio da quello che stava scappando, da se stesso.

Non c’era voluto molto. Un pc, internet e il biglietto last minute più economico per la destinazione più lontana. Così era finito su quell’aereo verso l’Islanda. Ma di quel pesante fardello di carne che si portava appresso non riusciva a liberarsi.

Se fosse riuscito a scappare anche dal suo corpo, dai suoi pensieri, dalle sue sofferenze, cosa sarebbe restato di lui?

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1Jan/040

Full Moon

ARIA - Parte I - Capitolo 1

Full Moon

Siamo qui per raccontare una storia, qui sopra come sempre. A raccontare una storia fatta di magia, di sensazioni che si respirano nel cuore. La storia di un contatto. Noi qui sul palco, voi lì seduti ai tavolini o in piedi. Manca solo la musica e poi la storia può cominciare. La storia di sempre, la solita storia, nella speranza che la possiate ricordare, come una delle tante storie felici che vi siete raccontati nella vostra vita.”

Mikey cominciava sempre così i suoi concerti. Era una specie di rito, era il suo messaggio. A molti poteva sembrare patetico, ma per chi ascoltava suonare, il messaggio era chiaro, diretto; le persone intorno al palco si abbandonavano completamente a quei vecchi blues improvvisati, alla vivacità delle note e dei ritmi. Romanticismo, violenza, rabbia, allegria, odio, felicità, amore…